domenica 23 giugno 2013

Manette oscurate, il dubbio








Due diversi giornale, due diversi arresti, un dettaglio in comune: le manette. Perché in entrambe le foto le manette sono oscurate, censurate come si fa con le foto dei minorenni??
Sono curioso, qualcuno mi sa dare una risposta??

Nuovo logo blog

Quello postato qui sopra è il nuovo logo del riflessivo. E' stato creato e gentilmente concesso da Massi (che approfitto per ringraziare nuovamente). Chiunque trovasse l'opera di buon gusto e volesse contattarlo può cliccare direttamente qui o visitare la sua pagina web.


martedì 18 giugno 2013

Baratti: situazione prato e parcheggio

Andare a mare a Baratti, inizia ad essere complicato, oltre che costoso. Parcheggiare l'auto per esempio, costa 1.80 euro l'ora in cambio di ZERO (0) servizi. Il parcheggio non è custodito, non è riparato, non è di un privato. La cospicua somma che versiamo è da pagare "perchésì" senza fare tante domande. In più trovare un parcheggio in orari cristiani diventa un'impresa.


Poi però, una volta che troviamo parcheggio e acconsentiamo al salasso economico, ci incamminiamo verso il mare, passando per un pratino curato.


Le foto l'ho scattate io personalmente una decina di giorni fa.


Non ci possono nemmeno raccontare che il parcheggio si paga per la manutenzione del prato...





domenica 16 giugno 2013

Bioshopper: legge e presa per il sedere


Nuovo decreto per gli shopper, si conclude una vicenda normativa lunga e travagliata

Roma, 5 apr. - (Adnkronos) - “Con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 27 marzo del Decreto interministeriale, firmato dai ministri per l’Ambiente e lo Sviluppo Economico, sulle caratteristiche tecniche che devono avere gli shopper che si possono commercializzare nel nostro Paese, si conclude finalmente la vicenda normativa dei bioshopper. Una vicenda lunga e travagliata, che ha portato una vera rivoluzione in Italia e che è iniziata più di sei anni fa, con l'approvazione di un emendamento da me presentato alla finanziaria 2007 che appunto vietava la commercializzazione di shopper non biodegradabili”. Lo dichiara Francesco Ferrante, già Senatore Pd e vicepresidente del Kyoto Club.
“Da quel primo passo - spiega Ferrante - per arrivare finalmente alla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale abbiamo dovuto fronteggiare la fiera opposizione delle lobbies, che ha portato alla proroga dell'entrata in vigore del divieto, e poi la concorrenza sleale di quanti con gli additivi, dannosi per l'ambiente, volevano spacciare per commerciabili ciò che evidentemente non lo era e che questo decreto si incarica di spazzare definitivamente via. Mancava solo questo decreto, infatti, per rendere operative le sanzioni contro chi provi a cercare di aggirare il decreto".
Sanzioni che "entreranno in vigore a metà agosto, sessanta giorni dopo il termine formale (13 giugno) entro il quale l'Unione Europea avrebbe la possibilità di formulare osservazioni al decreto. Ma già sappiamo che non succederà perché il Commissario Potocnik lo ha già assicurato, seppur informalmente. Il mercato ora non ha più scuse e si attrezzerà. Tanto più - conclude - che i bioshopper rappresentano una novità molto gradita ai cittadini e una forte spinta all'innovazione di prodotto in un settore, quello della chimica verde, tra i più competitivi della nostra green economy. Questa battaglia l'abbiamo vinta”.


Per Francesco Ferrante, dopo mille peripezie e mille difficoltà, è stata vinta la battaglia dei bioshopper. Non sapete cosa sono?? Sono quei sacchetti che da qualche anno vi danno al supermercato, quelli che puzzano e che si rompono se li guardi troppo, quelli che non consentono di essere utilizzati come contenitore per la spazzatura obbligando i cittadini a comprare dei sacchetti apposta per tal fine (questo argomento lo trattai qui tempo addietro).

Ma non contento, Ferrante strafà: "i bioshopper rappresentano una novità molto gradita ai cittadini". Sicuramente (ne sono certo....) hanno commissionato un sondaggio (io garantisco di non essere stato interpellato!!), però si sono dimenticati di scrivere chi è l'istituto che ha raccolto questi dati. Siccome fidati era un buon'uomo, chiedo a chiunque legga questo post di farmi sapere, commentando qui sotto o tramite mail, se e da chi è stato interpellato, eventualmente, per questo misterioso sondaggio.

Telefonia: aziende italiane, lavoratori no


Le tariffe di roaming scompariranno da luglio 2014!

Finalmente! Dal primo luglio del 2014 – salvo inaspettati dietro front – tutti i cittadini dell’Unione Europea non dovranno più pagare tariffe aggiuntive in roaming per effettuare telefonate, inviare SMS o navigare sul web. Pagheranno le stesse tariffe sottoscritte nel paese di origine.
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Addio alle tariffe roaming. Il tutto tra un anno, dal primo luglio del 2014. La Commissione Europea ha infatti approvato il piano che porterà alla fine di tali tariffe all’interno degli stati dell’Unione. Gli operatori potranno presto muoversi in un mercato unico a livello europeo e potranno proporre offerte a tutti i cittadini: gli utenti, infatti, pagheranno in base alla tariffe sottoscritte nel proprio paese di origine, senza costi aggiuntivi, anche per utilizzare il telefono in un altro paese dell’Unione Europea.
Lo scopo di questa decisione non è solo quello di far risparmiare un bel po’ di soldi ai cittadini che viaggiano all’estero, ma anche di semplificare il mercato degli operatori che lavorano a livello europeo. Basti pensare che negli USA ci sono sono 4 operatori di una certa rilevanza, mentre in Europa superiamo i 100. Mercato troppo frammentato, per questo la Commissione Europea vuole semplificare il tutto e consentire agli operatori di lavorare a livello europeo.
Con le eliminazione delle tariffe roaming, i grandi operatori potranno proporre offerte a livello europeo, rendendo la vita difficile ai numerosi operatori medio-piccoli che oggi esistono sul mercato.


Se chiamare con una sim spagnola in Italia non costerà più un mutuo vorrà dire che gli italiani potranno anche scegliere di utilizzare stabilmente una sim spagnola... o irlandese, per fare un esempio, e si presume che saranno tutte più economiche delle nostre (almeno cercando promozioni di operatori extraitaliani sul web). Spero che non vi saranno i finti buonisti che accuseranno gli utenti di contribuire a ridurre il lavoro in Italia a vantaggio di altre nazioni perché, purtroppo, i principali operatori italiani utilizzano manodopera straniera già da un po'. Se non vi ho convinto provate ad aprire i link qua sotto:

Operatori "italiani", call center esteri
Vodafone
Tim
Wind
Tre

Ma se un'azienda ha di italiano solo (estremizzo) il nome e l'amministratore delegato, ma chi ci lavora realmente è all'estero, si può definire italiana? Andrebbe chiesto a chi consente queste manovre, pace all'anima loro...


martedì 11 giugno 2013

A tutela di chi lavora

Dopo i numeri verdi per le violenze sui bambini, sulle donne, sugli immigrati e sugli animali finalmente uno anche per chi subisce soprusi e violenze sul lavoro. Resta solo un dubbio: non dovrebbe esserci un numero unico per queste cose?? Tipo il 112?? bah...

» Liberoquotidiano.it - Libero di sfogliare... Anche OnLine
★ Un numero verde per segnalare situazioni di disagio legate al lavoro
(autore sconosciuto)
14/gen/2013 14:13 more »

Roma, 14 gen. - (Adnkronos) - Un numero verde al quale rivolgersi per segnalare situazioni di difficoltà e disagio legate alla sfera lavorativa ed economica. Ad attivarlo è "Speranzaallavoro", l'associazione fondata dalla Filca-Cisl, il sindacato degli edili, dall'associazione di consumatori Adiconsum e dai familiari delle vittime dell'indifferenza al lavoro. Il numero verde sarà presentato mercoledì 16 gennaio a Roma.

"Speranzaallavoro - spiegano Salvatore Scelfo e Ofelia Oliva, segretari nazionali della Filca e dell'Adiconsum - è impegnata su tutto il territorio nazionale a supporto della persona, soprattutto in momenti di grande difficoltà economiche come questo. Grazie alla sinergia con il Psiop, l'Istituto di psicoterapia, l'associazione è in grado di offrire assistenza specialistica di tipo psicologico, legale, amministrativo, supporto alle organizzazioni, orientamento nella ricerca di lavoro ed può sostenere le necessità emergenti nel mondo del lavoro". Presidente di Speranzaallavoro è Laura Tamiozzo, figlia di un imprenditore suicida per la crisi.







lunedì 10 giugno 2013

Stati Uniti d'America: qualcuno si ostina a chiamarla democrazia.


Scandalo negli Usa, bimbo ammanettato a un tubo per dieci ore


Ancora un’incredibile storia di violenze nei confronti dei bambini negli Stati Uniti, ma questa volta i protagonisti sono gli agenti di New York che hanno arrestato,   ammanettato e detenuto per 10 ore - quattro nella scuola e sei nella centrale - un bambino di sette anni accusato da un compagno di classe di aver rubato 5 dollari. La storia è avvenuta all’inizio di dicembre nel Bronx ma è stata raccontata adesso dal New York Post perché la madre del piccolo Wilson Reyes ha fatto causa al Nypd per i   maltrattamenti subiti dal figlio.
La vicenda - Anche il padre del piccolo presunto derubato - secondo la ricostruzione del tabloid l’intera vicenda del furto era un malinteso - ha condannato il comportamento della polizia. "Se è stato ammanettato per tutto quel tempo è una cosa negativa, è solo un bambino", ha detto Santiago Acevedo. Era stata la moglie a presentarsi all’ufficio del direttore della scuola PS X114 per denunciare il fatto che il figlio era stato picchiato e rapinato da Wilson quattro giorni prima. A questo punto il direttore della scuola ha chiamato la polizia per denunciare a sua volta quella che veniva definita come una vera e propria "rapina".   
Inchiesta interna - Intanto, dopo il clamore suscitato dalla denuncia del Post la polizia di New York ha avviato un’inchiesta interna per verificare il comportamento degli agenti che il 4 dicembre scorso risposero alla chiamata della scuola. Secondo quanto denunciato dalla madre del piccolo Wilson, quando alla donna è stato, dopo diverse ore, finalmente permesso di vedere il bambino lo ha trovato ammanettato ad un tubo del muro. La donna ha presentato lunedì ricorso contro la città di New York chiedendo 250 milioni di risarcimento. 

Il nazismo delle visite fiscali ai malati

Chi è un dipendente avrà notato che, se comunica al suo datore di lavoro una malattia, potrà ricevere delle visite a sorpresa da parte di medici fiscali, per accertarne il reale stato di salute. Sappiate che la prossima volta che vi capita potrete dare dello stalinista o del nazista sia al medico sia al datore di lavoro, o almeno sappiate che c'è chi lo fa.


Visita fiscale per Berlusconi, Cicchitto: “Verdetto di medici nazisti e pm stalinisti”

“Con la richiesta della visita fiscale hanno sfondato il muro del ridicolo. E’ comico infatti che si chieda al leader di una forza politica, che ha preso milioni di voti, che occorra controllare se fisicamente si trovi al San Raffaele e se, a fronte di varie certificazioni mediche, si trovi davvero in condizioni di difficoltà di salute agli occhi” . Così Angelino Alfano sulla decisione dei giudici della corte d’appello di Milano di proseguire l’udienza del processo Mediaset dopo aver disposto la visita fiscale per Silvio Berlusconi per motivare l’eventuale legittimo impedimento del Cavaliere.
Alla fine i medici hanno stabilito l’assenza di impedimenti fisici per Berlusconi. Una decisione che ha scatenato critiche feroci da parte dai fedelissimi del Cavaliere. Il più duro è Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera: “Medici nazisti su indicazione di un tribunale stalinista sono andanti da Berlusconi e hanno emesso un verdetto disgustoso, ma a questo punto siamo al di là di ogni dialettica normale e di fronte allo scatenamento di una persecuzione che essendo fatta da fanatici ha perso anche ogni senso del limite. “Nei confronti di Berlusconi non è in corso un giudizio, ma un autentico supplizio”, aveva detto prima della decisione della Corte il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. Mentre Sandro Bondi, coordinatore del partito, ha spiegato che “se alcuni magistrati avessero sottoposto un leader di sinistra a una persecuzione giudiziaria analoga a quella di cui da vent’anni è vittima l’ex premier, avremmo senza alcun dubbio assistito a determinazioni politiche e manifestazioni di piazza”. “Cosa pensano? Che stia male per finta? – osservava polemica l’ex ministro Stefania Prestigiacomo – Se è così abbiano il coraggio e l’arroganza di inquisire anche i medici. Prima finisce questo clima da caccia alle streghe, meglio sarà per tutti”.
Stessa linea per l’ex ministro Mariastella Gelmini: “Il risultato di questi atti è un inevitabile imbarbarimento dell’idea di giustizia già messa a dura prova, in Italia, dall’esistenza di una forte componente della magistratura ideologicamente orientata, sopravvissuta al crollo dell’89. Un retaggio di quel mondo che invocava la giustizia di classe”. Per l’ex ministro Anna Maria Bernini “l’accanimento è diventato persecutorio e a tenaglia. Da un lato i giudici di Milano dispongono per Berlusconi la visita fiscale in ospedale, dall’altro l’Anm dichiara incostituzionale la critica all’uso politico della giustizia e ogni libera manifestazione a garanzia dell’imparzialità della magistratura”.
“Quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio scempio”, ha dichiarato invece Manuela Repetti del Pdl. “Qui non si tratta più di perseguire la legge, ma la scena è quella di una vera e propria caccia all’uomo dove il branco eccitato dal fiuto del sangue è ansioso di azzannare la preda. E’ ormai sotto gli occhi di tutti la persecuzione di un uomo, che sta superando ogni limite di sopportazione in un Paese che si definisce democratico”. Sulla stessa linea Gabriella Giammanco, deputato del Popolo della Libertà. “La persecuzione violenta e maniacale di certa magistratura nei confronti di Berlusconi non si ferma dinnanzi a nulla”, ha detto, specificando che la visita fiscale disposta dai giudici di Milano rivela un accanimento senza precedenti nei confronti dell’ex premier.
“Le parole del Pdl – replica Enrico Letta, vicesegretario del Pd – sulle elezioni subito dimostrano che la loro agenda ha un solo punto: la difesa di Berlusconi. Non è politica, è un’altra cosa, penso che finirà male”. “Sì – è la controreplica di Paolo Romani, altro ex ministro -, abbiamo l’obiettivo di difendere Berlusconi” ed inoltre “abbiamo l’obiettivo di difendere chiunque sia perseguitato per le sue idee politiche”.

mercoledì 5 giugno 2013

Do you speak "inglisc"?

Premetto che io sono di parte perchè aborro la lingua inglese, soprattutto perché non capisco chi abbia scelto (e con quali poteri) che debba essere la lingua internazionale, del mondo. Un turista tedesco va in Spagna e se cerca una via o un monumento, probabilmente la chiederà in inglese. Rendetevi conto: un tedesco e uno spagnolo che si parlano in inglese. In Toscana ci sono un sacco di turisti, gli inglesi o gli statunitensi li riconosci bene: ti fermano e ti parlano in inglese senza manco chiederti se li capisci, lo danno per scontato. A nessuno interessa che una lingua realmente internazionale, di tutti, esiste e si chiama esperanto. A nessuno interessa che il cinese, nel mondo, è più parlato dell'inglese, come a nessuno interessa che lo spagnolo sia molto più diffuso della lingua britannica. L'istruzione pubblica dedica il nulla per l'insegnamento dell'esperanto e del cinese (sino alle scuole superiori) e pochissimo per lo spagnolo, mentre ingenti sono le spese per l'insegnamento dell'inglese, gia sin dai primissimi anni obbligatoria, senza lasciare scelta alle famiglie.

Ma fino ad adesso almeno, l'inglese da noi era lingua ufficiale de facto. Il rettore del Politecnico di Milano invece, voleva che lo divenisse anche de iuri, condannando chiunque volesse intraprendere un corso di laurea specialistica, a parlare solo detta lingua. Grazie al cielo il Tar, dopo il ricorso di alcuni professori, gli ha fatto una pernacchia: in Italia si può ancora pretendere di parlare (e studiare) in italiano. 

Veramente incomprensibile, a mio giudizio, la presa di posizione di una penna del Fatto Quotidiano che allego per intero qui sotto:



Milano, paradosso al Politecnico: la lingua inglese è una minaccia

Dicono di voler difendere la libertà di insegnamento e il diritto allo studio. In verità la battaglia contro l’inglese al Politecnico di Milano ha molto più l’aria di essere una difesa corporativa portata avanti da un manipolo di professori in difesa di rendite di posizione e interessati piuttosto a difendere il loro piccolo feudo universitario. E ieri il Tar ha messo il sigillo su questa battaglia di retroguardia, accogliendo il ricorso di 234 professori (su 1386) del Politecnico di Milano contro la decisione del rettore di tenere, a partire dal 2014, i corsi delle lauree specialistiche solo in inglese. Congratulazioni. Mettiamolo per iscritto, addirittura per legge, che l’Italia deve diventare una Cenerentola del mondo, un piccolo paese provinciale, rinchiuso nella difesa dei propri assurdi privilegi e vecchi schemi mentali. “Insegnare in inglese sarebbe un impoverimento della lingua” dicono i firmatari di un appello prima e poi del ricorso.
Il rettore Giovanni Azzone è forse un fanatico della lingua di Albione? Non credo, voleva semplicemente rendere la facoltà più moderna, dargli un respiro internazionale. Parliamo di lauree specialistiche, di ingegneri e architetti, che dovrebbero anzi pretendere di ricevere una educazione in inglese. Per essere competitivi in questo mondo globalizzato non basta sapere l’inglese posticcio del liceo. Era anche una decisione per cercare di attrarre studenti da tutto il mondo, dire a quella marea migrante di persone che usano l’inglese come lingua franca per comunicare, scambiare idee, lavorare; ehi ragazzi, ci siamo anche noi. Invece di andare in Inghilterra o in America o in Canada, venite a studiare a Milano. Gente abituata a parlare la propria lingua a casa, che sia cinese, turco, indiano, spagnolo o norvegese. Ma a studiare in inglese, perché i testi scientifici sono in inglese. Perché se vuoi pubblicare una ricerca su una rivista e farlo sapere al mondo, lo devi fare in inglese. E perché l’inglese è la lingua dei congressi internazionali, di internet, di twitter, di google, dell’informazione globale che corre sulla rete. Lo hanno capito perfino i francesi. Il paese dell’eccezione culturale, il paese campione dello sciovinismo linguistico, dove si ostinano ancora con il ridicolo “ordinateur” al posto del computer. Martedì la prima pagina del quotidiano gauchista Libération titolava a lettere cubitali “Teaching in English. LET’S DO IT”, con un articolo di fuoco contro i francesi “che si comportano come gli ultimi rappresentanti di un villaggio gallico sotto assedio”. Una entrata a pie’ pari nel dibattito sul discusso disegno di legge per introdurre l’insegnamento di alcune materie in inglese all’università che dovrebbe essere votato in questi giorni. In Francia sì, in Italia no. Unici ancora in Europa a doppiare i film in lingua invece di sottotitolarli. È anche questa una difesa della diversità linguistica?
Siamo al paradosso che sono proprio gli accademici a vedere nell’inglese una minaccia, quando dovrebbero essere loro a promuoverlo. Una difesa di casta mascherata da nobile battaglia in difesa della lingua di Dante. “Una vittoria della ragione e della cultura” ha dichiarato Agostina Cubiddu, docente di Diritto amministrativo al Politecnico nonché avvocato dei ricorrenti. Un conto è conoscere una lingua straniera, un altro tenere lezioni ed esami, la tesi dei ricorrenti. Si capisce fosse in discussione l’abolizione dell’italiano dalle scuole elementari. O che si parlasse di insegnare letteratura italiana in inglese. Ma qui non c’è nessuna minaccia alla lingua madre: l’elettronica e l’ingegneria hanno bisogno dei sottotitoli? Si obietta che gli studenti che non sanno l’inglese sarebbero discriminati. Sono lauree specialistiche. Lo imparino, finché saranno in tempo. Perché sennò sarà la vita a discriminarli. E il mercato del lavoro. E la fame dei cinesi, che l’inglese lo imparano eccome. Ma allora sarà troppo tardi e non ci sarà nessun Tar in grado di trovargli un lavoro.
@caterinasoffici
Il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2013




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